2019 Oscar Nominated Shorts: Documentary

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2019 Oscar Nominated Shorts: Documentary

20192 h 14 min
Overview

I cinque cortometraggi documentari nominati agli Oscar 2019

Metadata
Original Title 2019 Oscar Nominated Shorts: Documentary
Runtime 2 h 14 min
Release Date 19 Febbraio 2019
Director
Writer
Director of Photography
Original Music Composer
Actors
Starring: —

In questa categoria, come accade spesso, è facile individuare un tema comune (al netto della proverbiale eccezione), che in questo caso si può dire essere la discriminazione: razziale, di genere, nazionalista. Debolezze umane disarmanti e quasi indigeribili, ma che almeno in un caso quest’anno vengono raccontate con attitudine propositiva e tono scanzonato. Per non cedere allo sconforto lasciamo questo caso risollevante per ultimo.

Netflix quest’anno sale definitivamente fra le grandi major di Hollywood dall’alto delle sue quattordici nomination agli Oscar: le dieci di “Roma”, le tre di “La ballata di Buster Scruggs” e quella per il corto documentario “End Game” del già premio Oscar Rob Epstein (“The Times of Harvey Milk”, 1984) e Jeffrey Friedman.

Il documentario ricalca quello già proposto due anni fa sempre da Netflix e candidato anche all’ora in questa categoria “Extremis” andando a indagare sulla vita dei pazienti di malattie croniche e prossimi a una morte inevitabile. In questo film scopriamo l’attività di due particolari centri dedicati alle cure palliative nella zona della Baia di San Francisco e seguiamo le storie di cinque pazienti e i loro ultimi momenti di sollievo e di serenità con le loro famiglie.

A una lettura metalinguistica si potrebbe dire che, con la scusa del documentario, si è sperimentata una ulteriore possibile cura palliativa: quella di confidarsi alle telecamere di Netflix (e degli Oscar) sapendo di poter affidare a esse e al loro pubblico vasto anche la successiva veglia funebre. Sui titoli di coda il documentario ci informa che le vite di tutti i pazienti filmati si sono spente serenamente poche settimane dopo le riprese.

Insolito, per i canoni degli Oscar, nella sua brevità e nel formato del montaggio di filmati d’archivio, è “A Night at the Garden” di Marshall Curry e prodotto fra gli altri da Laura Poitras (premio Oscar per il documentario su Edward Snowden “Citizenfour”, 2014).

Siamo al Madison Square Garden nel 1939 e ventimila americani si radunano nella celebre arena newyorchese per ascoltare le arringhe di Fritz Kuhn (demagogo tedesco assegnato ai rapporti con gli Stati Uniti, soprannominato “the American Hitler”) in celebrazione dell’ascesa del Nazismo in Germania. Nel breve montaggio fa la sua comparsa per pochi secondi un invasore sul palco palco, il giovane idraulico ebreo Isadore Greenbaum, che viene trascinato via da un nugolo di uomini, malmenato e spogliato.

Chiarissimi gli echi di quella notte nell’attualità.

L’unico film non americano del lotto proviene dal Regno Unito e è “Black Sheep” di Ed Perkins. La sua particolarità non è solo nella nazionalità ma nel suo formato di docu-fiction, dove la parte di finzione si affida a attori non professionisti mentre la parte documentaria si maschera di finzione nella forma e nella sostanza.

La storia di Cornelius Walker è quella di un ragazzo nero cresciuto in una comunità spiccatamente razzista delle campagne fuori Londra dove per sopravvivere impara a rinnegare il suo retaggio: si trucca per schiarirsi la pelle, riesce a farsi accettare dal branco di ragazzacci bianchi e con loro contribuisce all’aggressione degli altri gruppi di ragazzi neri, fino a farsi arrestare.

La spina dorsale del film è l’intervista-monologo al protagonista di questa storia vera, Cornelius Walker, ripreso in primissimo piano e in un taglio di luce che cancella lo sfondo, che guarda fisso in camera e racconta la sua versione con la cadenza del rap freestyle, come se fosse un’esibizione o una coreografia, e non il personaggio reale in questione. Alle riprese di Walker si alterna la ricostruzione di finzione, di impatto visivo minore ma sempre legata al Walker reale dalla sua voce fuori campo.

Come già in passato (con le nomination di “Fuocoammare” e del cortometraggio “4.1 Miles”) l’Academy guarda anche quest’anno alla crisi migratoria nel Mediterraneo, con la nomination per il reportage di Skye Fitzgerald “Lifeboat”, girato a bordo di una nave della ong tedesca Sea-Watch.

Il film non soltanto documenta le concitate operazioni di salvataggio ma fornisce anche una serie di riferimenti operativi e legali secondo i quali Sea-Watch e le altre ong operano la loro attività di ricognizione del Mediterraneo e, durante la navigazione verso l’Europa, raccoglie le interviste agli aspiranti rifugiati e i loro racconti disarmanti. Il tutto è incapsulato da un prologo e da un epilogo da film dell’orrore, quando si mostra lo spiaggiarsi regolare sulle coste africane dei cadaveri risputati dal mare.

Una produzione americana, di regista iraniana, ma che racconta l’India in tutto e per tutto: è “Period. End of Sentence.” di Rayka Zehtabachi, e il titolo è proprio il gioco di parole che sembra a chi conosce l’inglese: “period” è il ciclo mestruale ma anche il punto fermo alla fine di una frase, a indicare che l’iniziativa raccontata nel documentario vuole porre fine i tabù sulle mestruazioni, in particolare nei contesti patriarcali come quelli del villaggio rurale poco distante da Delhi illustrato qui.

Un inventore coinvolge le donne del villaggio nella produzione artiginale di assorbenti igienicamente conformi, dove prima le donne dovevano arrangiarsi con stracci sporchi raccattati per strada. La produzione ingrana: le donne e le ragazze si entusiasmano per il progetto e cominciano a girare i villaggi vicini e i mercati per vendere i loro assorbenti “Fly”, fra l’imbarazzo generale degli uomini.

Preferiti e pronostici

Un Oscar a un documentario di 7 minuti, quando tutti gli altri viaggiano fra i 20 e i 40, sembrerebbe un azzardo per i posati membri dell’Academy ma non si può negare che “A Night at the Garden” sia il titolo che risalta di piú nella selezione e potrebbe sedurre i votanti piú pigri. Sicuramente prende la mia preferenza, a scapito degli altri candidati il cui mordente è spesso annacquato da concessioni alla convenzione; mi scuso per la pignoleria.

Al netto dell’anomalia di “A Night at the Garden”, in questa categoria il pronostico è difficile perché gli argomenti trattati sono tutti scottanti e la realizzazione sempre coraggiosa e distintiva. Il mio pronostico stavolta va alla leggerezza di “Period. End of Sentence.”, sognando il palco del Dolby Theatre invaso di ragazze indiane che sventolano i loro Fly fatti in casa nel tripudio generale di Hollywood.

Sul sito di Shorts TV, al momento in cui scrivo, le preferenze del pubblico sono appunto per “Period. End of Sentence.”.

aggiornamento Vince Period. End of Sentence., unico pronostico azzeccato… Nel frattempo è stato reso disponibile su Netflix in italiano col titolo Il ciclo del progresso.

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