Gli eredi di Lost e la tv non-lineare

Traduzione di “‘LOST’ AND THE LEGACY OF NON-LINEAR TV“, articolo di Valerie Ettenhofer apparso il 15 maggio 2018 su Film School Rejects.

Nella foto: fotogramma di “There’s No Place Like Home”, finale della quarta stagione di Lost.


A dieci anni dal finale della quarta stagione di Lost, esaminiamo altri puzzle della storia della televisione, da Il prigioniero a Westworld.

Dieci anni fa, questo mese, i sopravvissuti del volo Oceanic 815 lasciarono finalmente quella maledetta isola. O meglio: il 15 maggio del 2008 è andata in onda la prima di tre parti del finale della quarta stagione di Lost, intitolato “There’s No Place Like Home”. Per la fine di quell’episodio gli Oceanic Six (che in realtà erano cinque, più un neonato, il pilota di tutt’altro aereo e un tipo scozzese che avevano trovato sottoterra) erano al sicuro fuori dall’Isola ma già c’era qualcuno che voleva tornare indietro (è complicato; d’altronde questo titanico telefilm della Abc lo è sempre stato).

Si sa che ha dato il via a una caterva di telefilm parimenti basati su fantascienza, cast corale e mitologia nascosta, ma non è stata certo Lost la prima serie criptica e enigmatica a catturare le attenzioni del pubblico. Quasi quarant’anni prima fu la serie inglese Il prigioniero, una sola stagione, a confondere il pubblico coi suoi pazzi misteri, in larga parte rimasti irrisolti. Se il dibattito sul Prigioniero era caratterizzato da un ordine complicato degli episodi, Lost invece si è fatto un nome nella storia della Tv giocando con la cronologia ma in modi incredibili e estenuanti, e probabilmente mai piú audaci come in “There’s No Place Like Home”.

Come ogni buon finale che si rispetti, “There’s No Place Like Home” ripaga qualche aspettativa: Penny e Desmond si ritrovano; Ben ammazza il mercenario che gli ha ucciso la figlia; Sun rileva la società del padre; si scopre che Claire è la sorellastra di Jack; Sawyer ha il suo momento eroico e come eroi vengono accolti a casa gli Oceanic Six, mentre scopriamo come mai tanti altri naufraghi siano rimasti sull’Isola. E anche se l’immagine più memorabile del finale è il legame fra due momenti (Locke nella bara e l’Isola che scompare) l’obiettivo maggiore raggiunto dall’episodio è il magistrale ricongiungimento delle due timeline.

I flashforward che abbiamo visto per tutta la stagione convergettero sulla linea temporale dell’Isola in modi che furono sorprendenti, strazianti, bellissimi. Grazie alla serratissima scrittura di Damon Lindelof e Carlton Cuse, che a quel punto dovevano destreggiarsi con una ventina di personaggi principali e rendere giustizia a ciascuno, tante domande hanno trovato risposta mentre tante altre ne sorsero, il tutto senza privare i personaggi dei loro momenti importanti. Col senno di poi potremmo dire che questa fu l’ultima volta che i creatori dello show sapevano dove andavano a parare, presiedendo la cerimonia esattamente come preventivata.

È dura decidere se una storia sia piú grande della somma delle sue parti, o se siano anche solo pari, quando quelle parti sono in disordine. La narrazione non-lineare, con le sue due o tre o quattro linee temporali, può essere fine o grossolana, determinante o inefficace. È letteralmente come un puzzle: se condotte per bene, le linee narrative possono incastrarsi perfettamente come gli ultimi pezzi di un puzzle, cosí che facendo un passo indietro si possa contemplare l’effetto d’insieme. Per esempio, quando la seconda parte di “There’s No Place Like Home” ricomincia proprio da dove si chiudeva il finale della terza stagione con Kate che frena e scende dall’auto per sbroccare contro Jack e il suo “We have to go back!”, la sensazione è quella di un pezzo del grande puzzle che è Lost che va al suo posto, che abbiamo cercato con ostinazione per tanto tempo e finalmente ci ripaga. Quando invece sono condotti approssimativamente, i racconti non cronologici sembrano una scatola di puzzle usata e con pezzi non suoi, un frustrante macello di frattaglie che non ricompone niente.

Lost va sicuramente ricordato per il suo approccio emotivo alla fantascienza e il suo coraggio di pensare in grande, ma è innegabile l’impatto delle sue ardite timeline (i flashback delle prime tre stagioni, i flashforward della quarta, poi i salti nel tempo, poi quella cosa chiamata flash-sideway che nemmeno i più fanatici riescono ancora a spiegare). Da Breaking Bad a The Affair a Flash o persino la quarta stagione di Arrested Development, per tacere delle decine di show di vita breve come Flashforward, sin da quando Jack Shephard si è fatto crescere la sua prima barba da depressione post-Isola la Tv ha cercato di mettere in discussione la linearità narrativa.

Nel libro The Revolution Was Televised Alan Sepinwall dice:

“Negli anni ogni network […] ha cercato di replicare Lost in parte o in tutto. […] Ma nessuno si è neanche avvicinato alla coscienza di cosa ha reso Lost quello che era: che fossero personaggi degni di essere osservati o segreti più o meno rivelati”.

Sepinwall scrisse queste cose anni prima dell’arrivo di Westworld su Hbo, ma credo che si applichino perfettamente al telefilm che dopo Lost più di tutti ha avuto ambizioni non-lineari. La prima stagione di Westworld contiene due linee temporali principali, lontane qualche decennio l’una dall’altra (colpo di scena già previsto da molti prima dell’arrivo di una conferma sullo schermo). Anche Lost ha riservato sorprese di questa risma, in particolare nel finale della terza stagione e in “Ji Yeon”, un’episodio della quarta stagione che mescolava un flashback di Jin e un flashforward di Sun prima di tramortirci con la rivelazione che i due compagni non erano insieme al momento della nascita della loro bambina.

Ma Lost, come fa notare Sepinwall, si è permessa capriole del genere perché regge sulle fondamenta di personaggi piacevoli, interessanti e complessi. Westworld è ancora ben lontano da un traguardo simile, eppure preferendo i colpi di scena e l’ossessione sull’inaffidabilità della memoria allo sviluppo dei personaggi (come nella rivelazione dell’episodio “The Riddle of the Sphinx”, dove… [Spoiler! Lo tradurrò quando avrò visto l’episodio, ndt]) tira troppo la corda, col rischio di spezzarla. Se si spezzasse, Westworld non si distinguerebbe da decine di altre serie che allo stesso modo hanno ingannato gli spettatori con quella fantascienza eccitante e provocatoria che è solo una parte dell’eredità di Lost.

Nonostante l’alta percentuale di fallimenti fra i telefilm che hanno tentato di imitare l’epica dell’Isola metafisica, qualcuno che ha portato a casa risultati soddisfacenti giocando con la linearità c’è. Nel secondo finale di stagione di Breaking Bad, “ABQ”, quando scopriamo il significato dell’orsacchiotto nella piscina… quello è un gran bel pezzo di puzzle che si incastra. Oppure in Una serie di sfortunati eventi, che utlizza lo stesso sistema di flashback come esca, speculare a quello di “Ji Yeon”, specialmente nel riuscire a dilaniare il cuore degli spettatori dopo averlo gonfiato di speranza. Infine in telefilm surreali/autoriali come Twin Peaks – Il ritornoAtlanta o Mr. Robot, che usano la cronologia fantasiosamente ma intenzionalmente, sfumando a piacimento la distinzione fra “ora” e “allora” prima di riprendere le fila della linearità, lasciandosi spesso alle spalle risposte solo impressionistiche. Questi sono esempi di telefilm che hanno guardato all’eredità di Lost solo brevemente prima di allontanarsene e spingersi oltre, con la priorità, invece, di esplorare le possibilità che ha il mezzo televisivo di decostruire del tutto il puzzle.

Valerie Ettenhofer ✍