Oscar 2018 | Guida ai cortometraggi candidati

📰 Originariamente pubblicato come “#Oscar2018: Guida ai cortometraggi candidati” su Loudvision il 3 marzo 2018.

Passiamo in rassegna i quindici cortometraggi in gara per gli Oscar di quest’anno. Spaziano dall’irriverente all’adorabile, dalla denuncia all’autocelebrazione, dall’impegno civile fino alla cucina addirittura!

Le categorie dedicate ai cortometraggi sono tre: una è votata dai membri della branca dei documentaristi e è la categoria del Miglior documentario di cortometraggio (corto relativamente: possono durare anche 40 minuti, e i cinque nominati ammontano a tre ore di visione!); le altre due sono votate dalla branca degli animatori e autori di cortometraggi e sono la categoria del Miglior cortometraggio d’animazione e del Miglior cortometraggio live-action.

In tutte le categorie dei corti incontreremo facilmente temi che attraversano anche i film candidati nelle categorie maggiori, a dimostrazione che se anche gli autori sono più o meno sconosciuti, questi piccoli film sono stati accuratamente visionati e selezionati, forse più accuratamente dei lunghi (il pedigree di questi cortometraggi si deve ai loro passaggi ai festival nord-americani e internazionali accreditati presso l’Academy).

Cortometraggi d’animazione

Le nomination di quest’anno ospitano una sorta di intruso. Fra due indipendenti francesi e due piccoli giganti americani, tutti e quattro della durata di 7 minuti al massimo, spicca una produzione televisiva della BBC in due parti da mezz’ora ciascuna, di cui formalmente è nominata all’Oscar solo la prima parte (il film si è qualificato grazie a un premio vinto al Festival di Annecy e alla separazione in due parti: sopra i 40 minuti non sarebbe stato considerato cortometraggio).

Revolting Rhymes

Si tratta di Revolting Rhymes, dalla raccolta di poesiole di Roald Dahl che “rivoltano” in rima le favole classiche (il libro è pubblicato in Italia da Salani col titolo Versi perversi). La produzione in computer graphics si rifà esplicitamente alle illustrazioni originali di Quentin Blake ed è stata realizzata fra Berlino e Città del Capo dalla Magic Light Pictures, che aveva già portato agli Oscar i cortometraggi The Gruffalo (2009) e Room on the Broom (2012). Roald Dahl è una garanzia di inventiva e stimolazione, che sullo schermo trova le voci di un cast di celebri attori inglesi fra cui Dominic West, Rose Leslie, Isaac Hempstead Wright, Rob Brydon e Tamsin Greig.

Garden Party
Negative Space

Dalla Francia arrivano due brevi saggi di animazione, uno in CGI iperrealistica (Garden Party [disponibile su Vimeo On Demand], lavoro di diploma dalla scuola Motion Pictures in Arles: anfibi di ogni specie e altri animali infestano una villa lussosissima ma surrealmente vuota e silenziosa) e uno in stop-motion: Negative Space di Ru Kuwahata e Max Porter, in cui un ragazzino eredita dal padre l’ossessione per l’ordine nel preparare le valige, e la porterà all’estremo.

Lou

Strada spianata invece per l’abituale cortometraggio della scuderia Pixar che quest’anno è Lou di Dave Mullins, che abbiamo potuto vedere al cinema con Cars 3 la scorsa estate. Nel solco delle vecchie suggestioni di Toy Story (1995) gli oggetti (stavolta una cassa di oggetti smarriti in un parco giochi) prendono vita e ritrovano la loro funzione, che è quella di allietare e “salvare” l’infanzia dorata degli umani.

Dear Basketball

Conclude la cinquina Dear Basketball (guardalo su Sky Video), nuovo lavoro autonomo del leggendario animatore disneyiano Glen Keane (il responsabile dell’animazione di personaggi come Ariel, Aladdin, Pocahontas e la Bestia, per dirne alcuni) dopo Duet, candidato all’Oscar nel 2014. Stavolta Keane porta nella sua animazione espressiva seppur non rifinita il melodrammatico addio alla pallacanestro del popolare cestista americano Kobe Bryant (su cui pesa mediaticamente un vecchio caso di violenza sessuale che potrebbe influire sulle sorti di questo cortometraggio).

Il mio pronostico vede vincitore 🏆 Dear Basketball per la sua animazione allo stato dell’arte, il senso di spettacolarità del suo autore che è uno degli artefici del rinascimento disneyiano, e per la popolarità del protagonista Kobe Bryant, che condivide la candidatura con Glen Keane come autore e produttore del corto, e si prenderebbe una storica statuetta tutta per sé, nel caso vincessero. Ma la mia preferenza va a 💛 Revolting Rhymes: essenziale, moderno e vitale come nella migliore tradizione della letteratura inglese per l’infanzia.

aggiornamento Ha vinto Dear Basketball.

Cortometraggi live-action

The Eleven O’Clock

Anche in questa categoria possiamo individuare un cortometraggio fra i cinque che si distingue nettamente, in questo caso per una evidente differenza di generi. Se gli altri quattro sono film impegnati e impegnativi, alcuni anche drammatici e tratti da storie vere, il piccolo The Eleven O’Clock viene dall’Australia a sparigliare le carte con il suo paradosso narrativo dalla irresistibile potenza comica: scritto e interpretato da Josh Lawson e diretto da Derin Seale, mostra uno psichiatra e il suo paziente delle undici, la cui psicosi è quella di credersi psichiatra a sua volta.

 

Tornando alle cose serie, troveremo due storie di ragazzi finite tutto sommato bene e due storie di discriminazione finite abbastanza male.

The Silent Child

The Silent Child è diretto dall’attore inglese Chris Overton e scritto e interpretato da Rachel Shenton, che ha promosso questo cortometraggio in crowdfunding e i cui ricavi commerciali andranno in beneficienza, anche se il film principalmente è destinato alla diffusione nelle scuole: l’obiettivo di questa storia è infatti la sensibilizzazione verso i diritti dei bambini sordomuti, diritti che sono già riconosciuti dalla legge (inglese) ma che né le famiglie né le scuole conoscono o sono incentivate a soddisfare. Il film è parlato in gran parte nella lingua inglese dei segni da Shenton e dalla bambina protagonista, Maisie Sly, sei anni e sordomuta nella realtà.

DeKalb Elementary

Rimaniamo in una scuola elementare ma dalle Midlands inglesi ci spostiamo in territorio di piena guerriglia armata: gli Stati Uniti. Alla DeKalb Elementary (che dà il titolo al film) fa irruzione un giovane squilibrato armato e tiene tutti in ostaggio. Alla reception una segretaria campionessa mondiale di sangue freddo cerca di ragionare con il povero disgraziato e negoziare la sua resa alle autorità. Una storia che non entra nella polemica sul diritto a portare armi ma è la risposta più clamorosa alla proposta di Donald Trump di armare gli insegnanti, dopo la strage di San Valentino nella scuola di Parkland, Florida.

My Nephew Emmett

My Nephew Emmett di Kevin Wilson, Jr., tratto da un suo precedente testo teatrale ispirato a un fatto di cronaca del 1955, è la storia di Emmett Till, ragazzo nero del Mississipi di 14 anni oggetto di una spedizione punitiva per aver fischiato dietro a una donna bianca; alla fine verrà torturato e ammazzato dai suprematisti bianchi. Soprattutto è la storia del coraggio dell’anziano zio di Emmett, che ha osato sfidare l’omertà e denunciare i colpevoli.

Watu Wote: All of Us

La discriminazione, ma per motivi religiosi, è invece il tema del film Watu Wote: All of Us, progetto di diploma della film-maker tedesca Katja Benrath ambientato in Kenya e tratto da una storia vera. Dopo un preambolo che occupa più di metà film e mostra troppe ingenuità e didascalie, il film arriva finalmente al climax quando una squadra di jihadisti assalta un autobus per stanare una passeggera cristiana, la nostra protagonista, chiedendo a ogni donna nel gruppo di recitare il Corano.

È evidente come i film piú impegnati fra i corti candidati siano fortemente legati all’attualità e avrebbero tutti ragione di muovere e commuovere le scelte dell’Academy. Io ho preferito i corti piú ottimisti (in questa categoria e nella prossima) e in particolare darei la statuetta a 🏆💛 DeKalb Elementary, il meno narrativo e piú ardito nella sua impostazione teatrale che richiede visione, ritmo, definizione dei personaggi e gestione degli spazi. La sparatoria in Florida, capitata proprio durante il processo di votazione per gli Oscar, fa alzare le probabilità di vittoria proprio di questo film, su cui, vergognandomi per il cinismo, punterei il mio pronostico.

aggiornamento Ha vinto The Silent Child.

Documentari di cortometraggio

Come ogni anno, prima di affrontare la categorie del Miglior documentario di cortometraggio, dobbiamo foderarci lo stomaco di piombo e prepararci alla raffica di pugni dalle inchieste coraggiose e strazianti che caratterizzano le opere nominate in questa categoria. Ma anche qui c’è una occasione di sollievo, per fortuna. L’ho lasciata per ultima.

Traffic Stop

Gli Stati Uniti, superpotenza del pianeta e nazione moralmente dilaniata, non smettono di produrre occasioni di discriminazione, e il cinema ha deciso di non girare la testa dall’altra parte. Con una nomination fra i corti live-action (My Nephew Emmett), una fra i documentari lunghi (Strong Island, disponibile su Netflix), quattro addirittura a voler includere nel numero anche l’horror Scappa — Get Out, e una anche fra i documentari corti, Traffic Stop, il grido della comunità afro-americana risuonerà tonante fra le mura del Dolby Theatre. In Traffic Stop, da pochi giorni trasmesso in prima visione da HBO, che l’ha prodotto, la vittima di un episodio di discriminazione e brutalità poliziesca testimonia la violenza subita, l’escalation irrazionale, e il commento surreale del “poliziotto buono” che interviene e scorta la giovane donna in commissariato.

Edith+Eddie

Quella di Edith+Eddie è una storia d’amore apparentemente innocua. Ma non fatevi fregare. L’ottusità umana trova sempre un modo di metterci lo zampino. Edith e Eddie si sono conosciuti dieci anni prima, 82 primavere ciascuno, in una ricevitoria del lotto. Si sposano. Vivono in una relativa serenità, costellata dagli acciacchi inevitabili di lui, dalla disarmante demenza senile di lei, e dalla disarmante demenza e basta della figlia di lei che dalla lontana Florida manda gli avvocati per mettere la madre in un ospizio, separarla dal marito, e venderne la casa. Finirà male. Preparatevi ad assistere a un accanimento peggiore di quello terapeutico sui corpi e sullo spirito di due ultranovantenni che non davano fastidio letteralmente a nessuno.

Heroin(e)

Finisce decisamente meglio, ma comincia alquanto peggio, il percorso raccontato in Heroin(e) (disponibile su Netflix) dove in una piccola comunità della West Virginia devastata dalla piaga della tossicodipendenza tre donne in particolare prendono la semplice decisione di condire il loro mestiere e il loro dovere con un grano di coscienza: il risultato è che degli esseri umani allo sbando ritrovano la dignità, in piena legalità e col minor tempo di carcere possibile.

Heaven Is a Traffic Jam on the 405

Un racconto di altrettanta disperazione e speranza è quello di Heaven Is a Traffic Jam on the 405 (passatemi la traduzione libera: “Felicità è un ingorgo in tangenziale”), che si può vedere per intero sul canale YouTube di IndieWire. Ripercorriamo la vita di Mindy Alper, artista cinquantaduenne, affetta da disturbi mentali dall’età di almeno quattro anni: un rapporto disastroso coi genitori, la depressione, la dipendenza dai farmaci; ma anche le insegnanti e i medici che l’hanno capita e lasciata esprimere. Un’intervista che è quasi un one woman show, dove Alper racconta una vita di orrori con una lucidità che non saprei dire se dettata dalla rassegnazione o dall’illuminazione, e quanto influenzata dalle medicine. Eppure con la stessa lucidità, e qualche raro ma folgorante sorriso, racconta anche della felicità trovata fra le intemperie del destino.

Knife Skills

Come promesso concludiamo in (relativa) leggerezza con “Masterchef — Jailhouse Edition!”, ovvero Knife Skills (disponibile su Vimeo On Demand). Il titolo spaventa, ma è un gioco di parole. Scopriamo di un programma di reinserimento in società per ex detenuti, ideato da un pittoresco ex detenuto a sua volta salvato da un programma simile. Con l’aiuto di uno chef francese i partecipanti collaboreranno alla creazione e alla gestione di un ristorante di alta cucina. Avranno delle difficoltà ma, perdonatemi di nuovo il cinismo, dopo tutto il dolore e la disperazione degli altri film qui mi sono rilassato. A parte gli scherzi, anche in questo cortometraggio non mancano storie umane e commoventi.

È difficile cercare un vincitore fra questi. Il mio preferito è indiscutibilmente 💛 Heaven Is a Traffic Jam on the 405 che cava da un personaggio enorme una storia da romanzo epico familiare e che, alla fine, coinvolge l’arte della protagonista (l’arte della giovinezza, quella in fieri, e quella appena realizzata) nella narrazione e nel linguaggio filmico fino a condividere con Mindy Alper l’onere e l’onore della messa in scena. Il mio pronostico invece prevede una vittoria per 🏆 Heroin(e) che ricongiunge la retorica eroistica americana al vilipeso “buonismo” della tolleranza e delle seconde possibilità. Se un giorno Clint Eastwood si stancherà di fare propaganda per l’esercito, sarebbe l’autore ideale per portare al cinema la storia delle eroine di Huntington, West Virginia.

aggiornamento Ha vinto Heaven is a Traffic Jam on the 405.